Capitano, mio Capitano

Pubblicato: gennaio 29, 2012 in Morso della Tarantola

Forse non tutti lo sanno, ma oltre la corsa ho un’altra grande passione, da sempre: il mare. E nel mare, le immersioni. E come molti sub, ho un sogno: l’immersione sull’Andrea Doria. Per spiegare ai non sub, e’ come per un maratoneta correre New York, per un alpinista salire sull’Everest. L’Andrea Doria e’ affondata durante il suo 101 viaggio tra Genova e New York, il 25 Luglio 1956, al largo del battello-faro Nantucket, a sole sette ore di navigazione da New York. Il relitto si trova a sessanta metri, in posizione … insomma come la Costa Concordia. L’immersione e’ complicata, per le correnti, la mancanza di visbilita’, il freddo: tutti fattori che aumentano l’effetto della narcosi da azoto ed impediscono di essere lucidi. I sub morti sull’Andrea Doria sono probabilmente piu’ di 43. Quarantatre (su 1706 persone presenti a bordo) sono infatti le persone uccise dallo scontro tra Andrea Doria ed il mercantile svedese Stockholm. Uno scontro avvolto nel mistero. Ma un mistero costruito ad arte per salvaguardare interessi finanziari ed assicurativi, dove sacrificato e’ stato l’onore del comandante Pietro Calamai. L’incidente e’ causato, come ricostruito subito dal Ministero della Marina prima, ed anni dopo dall’Accademia della Marina americana, da un’errata valutazione del ponte comando e del terzo ufficiale, Carstens, dello Stockholm. Ma questa e’ una verita’ molto costosa.
Lo Stockholm  sbaglia rotta, Carstens interpreta male il radar, va a tutta velocita’ nonostante la nebbia. Quando ad un miglio la Doria vede lo Stockholm prova una manovra disperata, timone tutto a dritta a tutta velocita’.  Ma e’ troppo tardi. L’Andrea Doria viene speronata. La punta rinforzata dello Stockholm squarcia tutta la fiancata, come lo scoglio al Costa Concordia. A quel punto il comandante, Pietro Calamai deve decidere: salvare la nave dopo aver fatto scendere i passeggeri nelle acque gelide e sulle poche scialuppe (essendo quelle della fiancata sinistra non utilizzabili),  e quini portandola sulle secche di Nantucket, poco distanti, o salvare i passeggeri. Calamai sacrifichera’ la nave per salvare tutti i passeggeri. E non dara’ l’ordine di abbandonare la nave fin quando non arrivera’  il transatlantico Ile de France.
Una volta salvati tutti i passeggeri e dopo aver controllato che non ce ne erano altri, solo allora ordina agli ufficiali di salire su una lancia. Pietro Calamai rimane a bordo, dicendo di dover fare gli ultimi controlli. A bordo della lancia gli ufficiali realizzano che il comandante vuole affondare sulla sua nave e ritornano a bordo. “Se Lei non viene con noi, noi rimaniamo con Lei”. E cosi Calamai abbondona la nave.
Affondata l’Andrea Doria, cominciano le battaglie giudiziarie. La manovra disperata del Doria viene interpretata come un errore. La nebbia e la velocita’ delle due navi ritenuta eccessiva, nonostante Calamai l’avesse ridotta, fara’ il resto. Cosi i due armatori si accorderanno per dividersi la colpa e quindi evitare un processo. I LLloyds di Londra sono salvi. Unico colpevole, il comandante Pietro Calamai. Non salira’ piu’ su una nave (a differenza del capitano svedese della Stockholm).
In punto di morte chiedera’ ancora una volta  se erano salvi tutti i passeggeri.

Questa e’ la Marina italiana: Pietro Calamai ed i suoi ufficiali, Eugenio Giannini e Guido Badano, e tutto l’equipaggio del Doria.

Il resto e’ merda. Ed il loro nome neanche merita di essere accostato al nome di questi uomini.

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commenti
  1. Silvano Delonghi ha detto:

    EROI…che dire di più?Dovremo ricordarci di loro più spesso.Sono l’orgoglio della Nazione

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